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Cenglòn dai salvadis

Onda, cresta d'onda oceanica, potente sberla sfracellante, bloccata da un incantesimo in forma di pietra, nell'attimo dell'infrangersi sulla riva.

Spruzzi schiumosi e fiotti immobili appesi al vuoto, fuori della linea verticale, strapiombanti. Se si rimettesse in moto quest'onda ci spazzerebbe via, noi piccoli, audaci esploratori da niente.

Con tremebonda ammirazione osserviamo la costruzione improbabile, caotica, solcata da scure linee di frattura, schiene gialle ocra, tetti neri da cui pende l'acqua antica in stalattiti di ghiaccio.

E camini ascosi dietro quinte grigie, lame staccate come grosse spade, diedri bianchi e lisci, placche sovrapposte che terminano contro il cielo, rughe e nicchie, caverne fuori portata, foriere di chissà cosa.

Dimmi corvo che sai di questo mare di pietra, tu che plani sulle strette cenge sopra gli strapiombi e gridi richiami alle pareti lontane: cosa ci faccio sotto quest'onda? Qui dove il tempo si è fermato con un salto di milioni di anni; in un'ora io passo, guardo e m'inchino; tu gracchi lassù e io muto passo: insignificante, precario e inutile.

Cenglòn dai salvadis, parete Sud Ovest di Cima Cappena (1925 m; avancorpo Sud del M. Frascola); 19 aprile 2015; con Jacopo barbarossa, Francesco il pola (i salvadis), Alberto bracciodiferro. Difficoltà fino al secondo superiore concentrate su due paretine nella parte alta del Cenglòn.

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