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Cundion

Anche la mia casa, chiusa fra le montagne, sta dormendo sotto la neve; nel suo abbraccio di pietra custodisce pipistrelli appesi alle travi di legno, formiche nere e anche nidi vuoti di rondine. La neve sta coprendo anche il vecchio mulino dove mia nonna macinava il grano e scalza disincrostava le pale della ruota dal ghiaccio. In me rimane sempre la paura di non ritrovare ciò che ho lasciato; per questo conosco gli alberi uno ad uno, rimetto a posto le panche tarlate e guardo negli occhi le persone. Ho sempre paura di cogliere l'ombra nera che sta alle spalle, d'avvertirne la presenza silenziosa. Forse, la persona che sto salutando non la troverò più, non basta il mio amore per cambiare il destino e questo mi riempie d'angoscia che maschero con un sorriso.

Forse, ci sarà un giorno non tanto lontano in cui le rive rimarranno incolte e non sentirò il fischio della poiana o il belato della capra; solo il vento porterà il silenzio in ogni strada, in ogni porta fin nel cuore della montagna. I sentieri parlano di sudore e rinuncia, le rocce sono muri che chiudono desideri e aneliti. Forse si potrebbe fare, sperare...ma nessuno se ne cura. La valle non rende, le strade sono tortuose, non ci sono le piste di neve, né gli alberghi di lusso...perchè sprecare soldi per prati bellissimi, per un torrente di acqua limpida, ma fuori dal mondo? L'acqua in fin dei conti si può bere anche minerale, in bottiglie.

Rimarranno i muri di pietra a custodire i segreti delle vite passate e basterà toccarli come faccio io perchè essi ti raccontino le storie sepolte. Quanti sanno capire la voce delle pietre?

Non potevo sbagliare: il sentiero era proprio quello che s'inerpica, ora stretto, ora largo, fra ciuffi d'erba magra. Ma com'era cambiato! A tratti cumuli di sassi ne ostruivano il passaggio o buche profonde che nessuna mano d'uomo aveva colmato. Ecco, la valle assomiglia a questo sentiero; dorme in un abbandono che fa paura. Tendo l'orecchio per sentire se c'é qualche rumore: solo silenzio, qualche fruscio di ramarro, non un richiamo né un battito di falce.

Non appena lascio il bosco ritrovo la scuola, ben tenuta, civettuola, in attesa. L'uscio è sprangato, gli scuri serrati per non farmi vedere lo squallore che c'è dentro, quasi si vergognasse di non avere bambini. Vi immaginate una scuola senza bambini? Come sarà triste...e essa lo è.

Non mi do per vinta, voglio entrare nel piccolo paese; ho un attimo di esitazione, cerco il sentiero giusto.Di lontano profondo, cupo occhieggia il lago.

Mi inoltro nel silenzio più assoluto, fra le case ordinate, pulite, sembrano aspettare qualcuno. Passo sotto una campana appesa ad un trave, avanzo cauta come se temessi di disturbare gli abitanti di un mondo scomparso. L'acciotolato che fa da strada, si allarga e finisce in un cortile. Uno schiamazzare di galline e il muggito di una mucca mi allargano il cuore.

Qualcuno c'é, una porta è aperta. Allungo il collo per guardare dentro e rimango affascinata dalle fiamme di un larìn.

Sissignori un larìn acceso, sotto una cappa, semplice e imponente nella sua nudità. Credo che sia uno degli ultimi nella valle. La mia gente a colpi di piccone li ha distrutti tutti. Perché? E chi lo sa... Con mano sacrilega, ha rivestito d'intonaco i muri di pietra per farli moderni, tutti bianchi, uguali, senza capire la bellezza della pietra squadrata da abili scalpellini. Con le proprie mani ha ucciso senza pietà i resti di un costume, di una civiltà antica, presa dal miraggio della modernità, senza conoscere lo scotto da pagare.

-Bundì, cui sevo? (Buongiorno, chi siete?) Mi volto. E' una donna molto anziana che mi sta salutando, un fazzoletto nero sulla testa e un gei (gerla) sulla schiena. Mi racconta che è stata a segare. Mi invita a bere un caffè e nelle sue parole c'é quella gentilezza antica, curiosa di tutto e di tutti, imperturbabile perché troppo ha visto e sofferto. E' rimasta sola lassù; non vuol scendere in pianura nella casa dei figli. La cucina è ampia, scomoda, piena di spifferi, ma è la sua cucina. Si è adattata alla persona come un vecchio golf sdrucito, ma caldo e per questo così amato.

Non voglio sedermi preferisco seguirla con il rastrello nel prato. Non posso guardare tutte quelle rive con l'erba alta, incolta perché nessuno fa loro la barba.

Ci salutiamo.

-Cundion e tornait chest'an che ven e na steit a malâve. (Addio tornate un altro anno e non vi ammalate) Un groppo mi chiude la gola, quanto è vecchio e umano questo saluto.

-Cundion...con Dio... Rispondo con un sorriso perché c'é tanta pena nel cuore. Come farò a ritornare? Se non trovassi più nessuno... Mi sento vecchia, a confortarmi non c'é più nemmeno mia zia, me Agne che sapeva farmi sognare. Con lei, di che cosa potevo aver paura? Cantava a me bambina: “Bala, bala falchetin su la roa dal mulin...” (Balla, balla falchettino sul canale del mulino) e il mio cuore tornava sereno. E chi mi dirà più: “Cjâr el gnu buset” (Caro il mio tesoro)

Lei se l'é portata via la neve. La mia valle sta scomparendo invasa dai noccioli e dagli spini. Il vento soffia: chi ascolterà i segreti dei muri di pietra?

 

testo di Lina Mongiat, tratto da I Segreti dei Muri di Pietra Coop S.T.A.F., Barcis, 1999