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Il cadavere

La piantina di rododendro strappata al suo poco terriccio penzolava sul vuoto del canalino avvizzendo, mentre le sorelle vicine già aprivano i boccioli; tra le radici messe a nudo dalla slavina teneva una pietra, grande come un pugno.

***

Faticava su per il canalone, rifiutando la tentacolare mugheta, finché un salto ostico lo costrinse all'abbraccio con i ruvidi rami prostrati. Cercò di spostarsi sotto la parete rocciosa dove sapeva che il passaggio poteva essere più agevole: lo raggiunse un odore di cadavere come un calcio nello stomaco. Tappandosi il naso salì ancora qualche metro e lo vide.

Fu sconvolgente!

Ossa a nudo con ancora qualche brandello di carne putrida; i vestiti come sacchi vuoti, vele sgonfie senza vento, anneriti dagli effetti della decomposizione; a lato del cadavere uno zaino, ma si, un Cassin rosso e nero identico al suo. S'accorse che doveva respirare: fece un gesto istintivo quasi per fuggire.

Poi un senso di responsabilità civile s'impossesso di lui: doveva chiamare qualcuno, avvertire le autorità; fine dell'escursione per oggi, causa forza maggiore. Pensò di scattare una foto, poi un'altra, una zoomata e poi via che con quell'odore non si resisteva. Allontanatosi un poco, memorizzò il luogo, guardò l'altimetro e prese nota della quota, dell'ora e di altri particolari nel notes che portava nel taschino. Scendendo aveva la testa piena di domande e supposizioni; e poi quello zaino uguale al suo! Si maledì, troppo tardi, ormai era a valle, di non aver frugato nello zaino alla ricerca di un documento per capire chi fosse quel disgraziato, ma si perdonò: l'odore di putrefazione era davvero insopportabile.

Si cambiò in fretta una volta all'auto e scese la valle fino a Cimolais; parcheggiò nei pressi della caserma dei Carabinieri; prima di uscire dall'auto recuperò il notes e la macchina fotografica: fece scorrere le immagini sullo schermo per trovare quelle del cadavere, ma in una prima carrellata non le trovò; ripeté l'operazione con più calma e del cadavere nessuna traccia! Le fece scorrere a una a una, ripensando al luogo dello scatto e s'accorse che le ultime tre ritraevano la base di una parete con mughi, però niente cadavere.

Suppose di aver sbagliato l'inquadratura per lo sconvolgimento dato dalla situazione, però ricordava perfettamente di aver visto il cadavere ripreso nel piccolo monitor e nella zoomata di aver inquadrato i poveri resti del cranio.

Che gli stava capitando?

Sapeva che la fotocamera non mentiva, non per fiducia incondizionata nella tecnologia, bensì per un ragionamento razionale. Qualcosa non funzionava e probabilmente era nel suo cervello: forse un inghippo neuronale per qualche malattia ancora non manifesta che gli aveva procurato una allucinazione.

Ma, caspita! Il ricordo di quel cadavere lassù era talmente vivido e pieno di particolari che rifiutava di essere stato vittima di un inganno del suo cervello.

Decise che per fugare tutti i dubbi doveva immediatamente ritornare sul luogo e verificare: ripartì con l'auto alla volta della valle, si infilò gli scarponi e cominciò a salire furiosamente per sopire nella fatica il vespaio di pensieri, domande, supposizioni che aveva in testa.

Giunse così al salto ostico nel canalone, riprese la via tra i mughi attendendo ogni attimo l'arrivo alle nari di quell'odore nauseabondo: non arrivò: non trovò nessun cadavere; aiutandosi con le immagini memorizzate dalla fotocamera ritrovò il punto esatto dove qualche ora prima aveva visto il cadavere; restò lì lunghi attimi attonito, cercando una spiegazione.

***

Il camoscio pestò noncurante la piantina di rododendro strappandone dalla terra anche le ultime barbe: la piantina rotolò un poco rilasciando la pietra grande come un pugno che prese l'abbrivio lungo il canalino e poi frullò nel vuoto dello strapiombo sottostante. Lo colpì, facendogli esplodere il cranio mentre era attonito che cercava una spiegazione.