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L’appuntamento

Qui di seguito il resoconto dell’incontro.
Arrivo ad Inglagna, luogo dell’appuntamento, 5 minuti prima delle 9, (per me la puntualità è una virtù) mi preparo, piove, bardato di tutto punto, non vedo arrivare nessuno. Attendo un poco e poi comincio l’escursione, da solo, va be’, sono abituato. Al primo guado il torrente Inglagna mi dice di no; provo un po’ sopra ma non c’è niente da fare: le piogge continue di due giorni hanno ingrossato il torrente come mai lo avevo visto fin’ora. Vista l’impossibilità di proseguire mi viene in mente di riprendere la macchina e portarmi più in alto in località Spinespes tra le due gallerie di servizio agli invasi idroelettrici. La strada è buona fino a poco prima del bivio per Staligial dove, due grossi massi sono caduti in strada e occupano parzialmente la carreggiata.  Rimane giusto,giusto lo spazio per passare con la macchina. Si fa strada in me il pensiero che le cose non vogliano andare per il verso giusto ma sono caparbio, ho detto che vado su con ogni condizione di tempo e persisto nell’opera. Più in alto la strada è piena di una poltiglia di neve e acqua che mi mette un po’ d’ansia ma piano, piano riesco a proseguire e imbocco la prima galleria. All’uscita dalla galleria l’amara sorpresa: lo spazzaneve passato i giorni precedenti ha pulito la strada creando due muri di neve ai lati che m’impediscono di parcheggiare l’auto sulle piazzole di sosta; non posso lasciare l’auto in mezzo alla strada: mi ci vorrebbe una pala. Non demordo: rientro in galleria perché so che a metà della stessa c’è uno spazio che permette ai veicoli che si incrociano di darsi strada; per chi non conosce i luoghi va detto che le gallerie sono a senso unico alternato, cioè ci passa un automezzo alla volta. Lascio quindi la macchina nella piazzola in galleria e percorro a piedi, con la torcia elettrica il chilometro che mi riporta a Spinespes.
Inizio il sentiero e subito noto che qualcuno vi è salito prima di me: visto le condizioni delle tracce penso a uno salito ieri, anche perché in giro non ho visto altre automobili; da Inglagna non può essere salito nessuno causa la piena del torrente che ha respinto anche me: possono essere solo tracce di ieri. Forse un cacciatore… Mano a mano che salgo osservo le peste sulla neve e le confronto con le mie: sono piccole e la suola pare liscia, priva dei disegni che lasciano le mie vibram. Sembrano impronte di stivali, stivali da donna! Più salgo e più la neve si fa asciutta e sfarfalla nell’aria occludendo la visuale a poche decine di metri. Ma è intermittente: a tratti smette e posso guardare in alto. Mi dico che chi ha lasciato le tracce era di certo diretto in forcella Dodismala e fra un po’, al bivio ci sarà neve vergine da calpestare. Ma al bivio vengo smentito: le impronte vanno dove devo andare io, verso la Claupa di Andreuzzi. Quando esco sul pendio accanto al ruscello la visuale è discreta e posso distinguere i costoni sulla mia sinistra e il mio occhio esperto va a cercare il pulpito dove passa il sentiero dove c’è un belvedere. Proprio lassù, indistinta vedo una sagoma umana con i vestiti neri, o scuri che pare guardare verso di me. Poi si gira e scompare. Orpo! Mi dico, ho sbagliato! Le tracce non sono di ieri ma fresche! E’ qualcuno, o qualcuna che ha visto la pubblicità dell’escursione e sta già salendo. Ma perché non era al luogo di ritrovo? Dove ha lasciato la macchina? Ma certo! Deve averla lasciata nella piazzola all’interno della galleria, l’altra, quella successiva a dove ho lasciato io la mia. Se è così deve essere qualcuna che conosce bene i luoghi. Ma chi può essere? L’ho vista io deve avermi visto anche lei.
Roso da supposizioni e domande accelero il passo per tentare di avvicinarmi ma non riesco più a vederla. Arrivo infine, sempre seguendo le orme, alla Claupa. Sotto lo strapiombo che produce l’antro detto la Claupa, la neve non si é depositata: sono certo di trovarla li che fa la sosta. Ma alla Claupa non c’è anima viva. Apro la cassetta in acciaio che contiene il quaderno delle presenze per vedere se si è firmata ma constato che la visita più recente risale al 13 settembre. Dove cavolo è finita sta tipa? Percorro tutto il cengione oltre la Claupa e quando il terreno ritorna innevato ritrovo le tracce di stivali. Mi fermo un attimo incerto: non capisco. Conosco bene questa parte della montagna, so che di qui si va in Querda  Mugula per i Pass de Querda, tracciato di camosci quasi tutto che si sviluppa su cenge. Ma chi può essere che con questo tempo se ne va da quelle parti? Seguo ancora le tracce deciso a raggiungere la donna misteriosa. Mi meraviglio di come conosca bene il percorso, già difficile da individuare d’estate. Arrivo sotto il paretone e lungo questo con un passaggio esposto sono infine sull’orlo del canalone Rug de Querda. Mi accingo ad attraversarlo ma mi fermo di botto non vedendo alcuna traccia sulla neve del canalone. Eppure il tracciato dei Pass de Querda è qui: quando non c’è la neve si vede bene la cornice rocciosa con le tracce dei camosci che taglia orizzontalmente il canalone; poi oltre il canalone una cengia ingombra di mughi s’impenna fino a portare in cresta. Credendo di aver perso le tracce, di non aver notato una deviazione verso l’alto o verso il basso di chi mi precede, ritorno indietro per un tratto senza però trovare niente; eppure sono certissimo che mettevo i piedi sulle orme che stavo seguendo. Ritorno sull’orlo del canalone e lo osservo attentamente per cercare di individuare tracce di passaggio: devo decidermi a traversare. Mi pare di vedere qualcosa muoversi sulla cengia oltre il canalone: eccola, mi dico, forse è passata più in alto e da qui sotto non riesco a vedere le sue tracce. O forse no: quei movimenti che intravvedo tra il fitto nevischio sono solo rami di mugo che liberati dal fardello di neve ritornano come un elastico nella loro posizione. Eppure mi sembra proprio che qualcuno stia camminando là tra i mughi della cengia. Tiro gli occhi per distinguere qualcosa e mi viene in mente che ho il binocolo nello zaino. Estraggo il binocolo e lo punto: si appannano subito le lenti, trovo un fazzolettino, le pulisco, ripunto. Ecco, mi pare, ma si, sembra…sembra: quell’oggetto che vedo uscire a tratti dai mughi sembra una falce…
Una falce! Di quelle a lama larga da frumento. Si appannano di nuovo le lenti: pulisco agitatandomi un poco. Un’improvvisa sensazione di vertigine mi prende, mi sconvolge lo stomaco e mette in crisi il mio equilibrio. E’ un evento di un istante uguale a quello che si prova stando su di un treno fermo in stazione nel vedere un altro treno partire sul binario adiacente. E subito mi accorgo di non essere io che mi muovo ma il pendio di neve nel canalone: una frattura nella coltre si è aperta qualche metro più in alto e diventa sempre più ampia; il pendio s’increspa e prende velocità e in un baleno precipita con un fragore sordo nell’imbuto del canalone. Faccio un salto d’istinto indietro mentre una scarica d’adrenalina mi prende alla nuca e scorre lungo la schiena, sento la pelle accapponarsi in tutto il corpo. E mi trovo già con le spalle al canalone a ripercorrere quasi di corsa le mie tracce con solo la voglia di tornare a casa. In testa mi girano come flash le immagini enigmatiche dei massi sulla strada, delle impronte di stivali nella neve, della falce tra i mughi, della sagoma nera sul pulpito, delle onde di neve che precipitano sfarinandosi. Non capisco, sono profondamente turbato e continuo ad avere i peli dritti su tutto il corpo: una donna vestita di nero! Con la falce! Porcavacca! La slavina! Puttanaeva!
 E poi finalmente un pensiero concreto, rassicurante: l’ho scampata per un soffio, mi dico,sono arrivato un pelo in ritardo, per  fortuna, all’appuntamento col mio destino!