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Educarsi alla morte

Questo è un breve saggio che si può riassumere così: per evitare di lasciare la pelle in montagna, bisogna essere consapevoli che si potrebbe morire. Il riassunto è per quanti non hanno tempo e voglia di leggere in internet, o per chi invece legge, ma lo fa come uno che passeggia nel bosco e ogni odore, ogni rumore che sente, lascia il sentiero principale e corre dietro alle sue ispirazioni. Alla fine non capisce niente, tranne che il suo pensiero inseguito.

Cosa significa educazione?

L'educazione si fonda sul desiderio di migliorare, è un processo infinito che guida l’uomo verso un costante miglioramento di sé. Ha il futuro come dimensione del suo agire; è in fondo una disciplina utopica. Attraverso il percorso educativo l’uomo è chiamato a definirsi, a dotarsi di una forma propria, quindi a differenziarsi e a tracciare dei confini: essere dunque se stesso.

Cosa vuol dire educare alla morte?

Oggi il modello sociale che prevale è quello della eterna giovinezza e salute, dove non c’è spazio per il dolore e la sofferenza. La medicina e la tecnologia ci regalano l’illusione dell’immortalità, quindi educare alla morte resta controtendenza. In sostanza oggi si delega questa problematica alla scienza e alla tecnologia: per intenderci la morte viene relegata negli ospedali o spettacolarizzata dai media (che è ancora peggio); questo ci priva di una necessaria componente culturale, dove per cultura non s'intende la mera conoscenza delle cose, bensì un modo di porsi nel quotidiano e nel reale con sé e con gli altri. Per la maggior parte degli individui la morte rappresenta un evento che, nonostante la sua inevitabilità, si tenta di fuggire, inserendosi freneticamente nel turbinio della vita, vivendo frettolosamente il tempo presente e proiettandosi di gran carriera in quello futuro, con una miriade di progetti da realizzare. Quest'atteggiamento, tipico della società cui apparteniamo, contiene un grande paradosso: più l’uomo corre per sfuggire alla morte, più le va incontro. Il filosofo tedesco Max Scheler diceva che “ad ogni attimo della vita lo spazio del tempo passato si dilata, quello del presente si comprime e quello del futuro diminuisce inesorabilmente, tutto tende verso la morte o, si potrebbe anche dire con un’immagine rovesciata, la morte stessa, nella veste di futuro, viene incontro al nostro presente.”

Quali gli elementi dell'educazione alla morte?

Per comprendere la morte abbiamo bisogno di capire la vita che è un viaggio tra tutta una serie variabile di attaccamenti e separazioni; a cominciare dalla sfera famigliare e poi via via in tutte le occasioni di conoscenza con gli altri durante l'arco della nostra attività lavorativa e sociale. Per acquisire consapevolezza della propria esistenza occorre passare attraverso l’accettazione di un limite: la finitezza della vita. Accettare la morte come limite naturale dell’esistenza aiuta a valorizzare maggiormente la vita. Educare alla morte aiuta a divenire più coscienti della propria esistenza, un’esistenza che accetta la gioia ma anche il dolore e la perdita. Vita e morte sono dunque strettamente collegate e non v'è l'una senza l'altra. Heidegger sostiene che, per lo più, gli uomini sfuggono davanti alla loro realtà e la interpretano erroneamente; essi considerano la morte come un evento indeterminato, che, certamente, un giorno o l’altro finirà per accadere, ma che, per intanto, non è ancora presente e quindi non ci minaccia. In questa prospettiva dunque, pensare alla morte, non solo non ha senso, ma addirittura è interpretato come una pusillanime fuga davanti al mondo. Per Heidegger, invece, tutto questo nasce unicamente dal non avere il coraggio dell’angoscia, la sola che porrebbe l’uomo davanti a se stesso in modo autentico, facendogli comprendere che la morte non ha solo una certezza empirica, derivante da un calcolo statistico dei casi di morte registrati, ma che essa è la possibilità suprema dell’uomo, insuperabile, possibile ad ogni attimo, quindi certa. Sempre Heidegger afferma che vita significa esserci e morte non esserci più. In questa visione esistono solo due tempi verbali: il presente (esserci) e il futuro (non esserci più); il passato “essere stato” non esiste poiché presuppone che per essere stato ora non ci sei più, quindi morto. Se la nostra morte, pur certa, non possiamo sapere come viverla, affrontarla, poiché esula dalle nostre previsioni, e può capitare in ogni istante, cogliendoci impreparati, possiamo però spendere al meglio il nostro presente, l'esserci, che è la vita ed è l'unico tempo a cui possiamo dare un indirizzo e farne buon uso. Meditare sulla morte, diceva Seneca “può aprire un facile accesso alla libertà; chi ha imparato a morire ha disimparato dall'essere schiavo delle servitù del mondo. La meditatio mortis sconta ratealmente e in anticipo la paura della morte, la diluisce lungo l'arco della vita. Attraverso la duplice strategia della valorizzazione del presente e della complicità con la morte si ottiene l'accrescere della gioia di vivere e si diminuisce il timore della morte.” Ecco dunque i due elementi fondamentali per educare alla morte: consapevolezza del proprio limite naturale e intensa dedizione al presente del nostro esistere. L'insieme di queste due idee è la vera libertà, affrancamento dalle paure e dalle inutili istanze che sommergono l'essere umano in questa nostra società.

Montagna e morte

La montagna è un ambiente pericoloso, causa la forza di gravità che lo governa. Le cronache ci aggiornano quasi quotidianamente sulle disgrazie che vi accadono. Chi affronta la montagna dovrebbe essere educato alla morte. Questa affermazione può risultare ridicola e grottesca per tutti coloro che in montagna vanno a spasso, si ritemprano con aria buona, buon cibo, natura da vivere e assaporare. Anche quelli che affrontano difficoltà maggiori e che si affidano all'attrezzatura e alla tecnologia, potrebbero dissentire. Si dice che la montagna sia maestra di vita; aggiungo che se non ci educhiamo alla morte, la montagna nulla ci può insegnare. Ricordando una frase di Bruno Detassis, interprete della saggezza popolare di altri tempi, quando gli chiedevano quale fosse la cosa più importante dell'andare in montagna, egli rispondeva: “Tornare a casa!” Per ritornare a casa sempre, converrete con me che ci voglia qualcosa di più della fortuna. E questo qualcosa di più non sono i chiodi a pressione o il gps (tanto per citare alcuni feticci della sicurezza) bensì l'approccio culturale e spirituale che dovrebbe guidarci; privi di questo la montagna è soltanto un luna park, una impalcatura per arrampicare, come diceva Kugy. Il primo passo da compiere è il rispetto per il nostro limite naturale, la morte, la sua comprensione, che di riflesso ci induca ad amare profondamente ciò che facciamo, poiché non ci resta che quello, l'istante in cui viviamo potrebbe essere l'ultimo. Si deve, ogni qualvolta necessita una decisione, un'azione, chiedersi se questa riguardi il momento che viviamo o un ipotetico futuro; ciò che si è deciso di fare ci deve allontanare dall'unico futuro certo: la morte. Fanno parte del futuro ipotetico tutte quelle pulsioni che non sono altro che fumo negli occhi: competizione, conquista, ambizione, narcisismo, successo. Dobbiamo trasformare l'angoscia per il nostro destino, in scelte e azioni che ci permettano di vivere ancora e gioire ancora, della bellezza suprema della natura. Così si inizia una educazione di sé che non termina dopo aver colto i primi rudimenti, anzi, come dicevo nell'introduzione, esso è un processo infinito di miglioramento. Diviene ricerca di noi stessi, crescita di un Io davvero libero, di una forte personalità e grande serenità interiore.

Per dare un senso alla propria vita, diceva Michel de Montaigne, come alla propria morte, quindi per abituarsi al pensiero della morte, bisogna portarlo sulla spalla come i signori del suo tempo portavano sulla spalla il falcone quando andavano a caccia nei boschi e sulle rive della Dordogna, per abituare se stessi e l’uccello cacciatore a stare insieme e prender confidenza l’uno dell’altro. Se segui quel consiglio, lei ti diventa amica. In fondo fa parte della tua vita che avrebbe tutt’altro sapore se tu non sapessi di quell’appuntamento finale.