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L’ombra sulla cima

Tullio Trevisan, Campanotto Editore, Pasian di Prato, 1999


Non vi voglio raccontare la trama di L’ombra sulla cima, è un piacere che non vi voglio rovinare.
Qualcuno sostiene che un libro va letto due volte perché in prima lettura sfuggono quei particolari, fatti di tecnica narrativa,di pennellate liriche e romantiche, riflessioni, eccetera, che si tralasciano perché tutti presi a vedere come va a finire.
Ecco. Mi soffermo volentieri su alcuni di questi particolari per mettere in risalto che il pregio de L ’ombra sulla cima non è solamente l’idea, la vicenda narrata e le conclusioni che ognuno può trarre, ma è anche un lavoro minuzioso, da artigiano, di costruzione. Proprio come un pittore mette una pennellata accanto all’altra per realizzare l’immagine così lo scrittore accosta e accatasta le frasi seguendo un filo per creare la storia.
Prese singolarmente, queste frasi,ci possono svelare qualcosa di più che non la trama stessa: ad esempio ci possono parlare dell’autore, della sua personalità.
Bene, noi sappiamo che Tullio Trevisan è uomo di montagna, scalatore, esploratore, fu anche presidente del CAI Pordenone; tra l’altro ha collaborato alla stesura della guida Berti “Dolomiti Orientali vol. 2”.
Questa guida, quell’esperienza, la troviamo nel libro alle pagg. 124, 125:

Finché una sera, mentre tutta la famiglia Ritter era ancora a cena, capitò inaspettato Sandro, venuto apposta per portare un pacchetto, che mise in mano all'amico. Toni lo aprì febbrilmente: c'era dentro un piccolo libro, rilegato in tela, con fogli sottili, una stampa fitta e minuta, molti schizzi e cartine geografiche. Lentamente, per non sciupare la pagine, ma forse ancor più per assaporare maggiormente quegli attimi di ansiosa attesa, Toni sfogliò il libro, cercando il suo capitolo; sotto il nome del monte c'erano alcune note di geografia e geologia, poi la storia dell'esplorazione alpinistica: "Prima salita Antonio Ritter il...", poi altre notizie, i nomi di Berto Mugher " giunto con il primo salitore fino alla Cengia dei Camosci", del Munari, degli altri scalatori per le diverse vie.


Ma non solamente ha attinto dalle sue esperienze di studioso di storia alpinistica, ma anche dalle proprie emozioni di uomo che sale sui monti, che li riconosce come propri e dei quali ama in maniera particolare le malghe. Nel brano che mi accingo a leggere la storia non va avanti, la trama non si sviluppa, la narrazione è ferma. In questa pausa l’autore apre una finestra sui ricordi e li descrive usando una prosa efficace:

Ma quello che Toni preferiva nelle ore o nelle giornate libere erano le lunghe camminate in montagna (...) gli piaceva girovagare assorto nei suoi pensieri ed in lunghi colloqui con se stesso, con le cose che lo circondavano, con quel Dio che governa il creato, non Quello delle grandi cattedrali e delle solenni cerimonie, con il quale non aveva molta confidenza, ma con Quello che è insito nella natura e che lui sentiva tanto più presente e vicino quanto più l'ambiente era solitario, primitivo e selvaggio. (...) Nel pieno delle forze e della maturità, camminava per ore, mai stanco e sempre ansioso di rivedere o scoprire angoli remoti e nascosti, dove la natura pareva voler risplendere in tutti i suoi aspetti migliori. (...) Ma sopratutto nelle sue escursioni gli piaceva scoprire il cambiamento delle stagioni e cogliere i mutamenti della natura.


Ed ecco che entra prepotentemente la conoscenza delle stagioni che solo chi di stagioni ne ha viste passare e le ha vissute intensamente e ci ha fatto i conti come siamo soliti fare noi che si va in montagna: il percorrere certi sentieri in una determinata stagione, attendiamo lo sciogliersi delle nevi per raggiungere quella cima, e via discorrendo:

All'arrivo della primavera sceglieva i primi pendii esposti al sole ed appena liberati dalla neve, dove i crocus si aprivano tra le ultime chiazze ghiacciate e le acque del disgelo, che parevano sgorgare da ogni zolla, si convogliavano ad ingrossare i ruscelli ed andavano poi a scaricare nel torrente di fondovalle le ultime scorie dell'inverno (...) Controllava l'arrivo dell'autunno dall'ingiallire dei larici, che si avvolgevano nel loro manto di luce dorata e dalle macchie giallobrune delle chiome dei faggi, che si andavano differenziando fra le distese verde scuro delle abetaie.

Noi che strappiamo al nostro poco tempo libero scampoli di vita sui monti ben conosciamo la gioia che ci può regalare una bella giornata di sole. Per contro le inclemenze del tempo atmosferico ci rattristano e sconfortano. Proprio così la pensa anche Tullio che non a caso racchiude i momenti tragici del suo racconto in pioggia e neve:

All'uscita dalla Chiesa il cielo basso si era fatto di un grigio uniforme e compatto ed il vento teso e gelato che scendeva dalle montagne portava con sé l'annuncio dell'inverno. Mentre tornavano dal camposanto verso il paese cominciarono a cadere i primi fiocchi di neve.

Che Tullio sia un alpinista non vi è dubbio e ce lo conferma egli stesso descrivendoci le sue emozioni durante la notte che precede l’impegnativa salita alla cima:

Ad una certa ora dovette anche uscire un momento: il cielo era pieno di stelle, che più di così non ce ne potevano stare; al chiarore della luna tutto aveva un aspetto diverso, pareva di essere in un altro mondo, immersi in una luce ed in una solitudine irreale, in un silenzio assoluto che non era solo una sensazione, ma una presenza concreta, quasi palpabile, "Un cidìn (silenzio) di fa vignì i grisulons". Quelle crode livide, quella luce spettrale, aumentavano ancor di più in Toni l'angoscia per il domani: non erano tanto le difficoltà ed i rischi a cui sapeva sarebbe andato incontro, ma un timore globale della montagna in quanto realtà diversa e quasi innaturale, una sensazione imprecisa ed indefinibile ed anche per questo ancora più opprimente ed impressionante. Forse sentiva fra le ombre la presenza di antichi fantasmi, forse riaffioravano nella mente vecchie storie e leggende degli spiriti dei monti che di notte vagano fra le rocce; rientrò nella caverna con un brivido che forse non era solo di freddo.

Queste frasi in friulano che l’autore ha sapientemente distribuito nel libro stanno ad indicare l’orgoglio dell’appartenenza a questo popolo i cui valori Tullio riesce magnificamente ad evidenziare:

Toni e Berto invece erano amici, erano paesani, forse anche loro nel corso della salita non avevano parlato molto, non era nel loro carattere, ma si comprendevano con un gesto, con una occhiata, pensavano allo stesso modo (...) Forse solo in quel momento Toni si rese anche conto perché Berto si era quasi offeso ed aveva tanto decisamente rifiutato il compenso che lui gli aveva offerto (...) non aveva assolutamente voluto essere retribuito in alcun modo. Stupido lui a non averlo capito subito, Mugher aveva acconsentito ad accompagnarlo solo perché lo considerava un amico, era stato un gesto che non aveva prezzo, che non poteva essere pagato: il rozzo e selvadego montanaro aveva dimostrato più sensibilità del Segretario e gli aveva insegnato un più alto e profondo significato del sentimento dell'amicizia.

Trevisan ha ambientato la sua storia in un paese tipicamente friulano ( Ronco è il nome fittizio) dove vivono personaggi i cui caratteri sono popolari, semplici, ma di una profondità atavica. Personalmente ho ritrovato nella descrizione di Ronco quel Macondo di Cent’anni di solitudine anche curiosamente per le similitudini dell’isolamento geografico: a Macondo una palude che impediva le comunicazioni col resto del mondo, a Ronco le Malerope e la disagevole forcella del Portonat.       
Il prete, il dottore, l’impresario, il segretario comunale, il cacciatore e ancora altri sono i personaggi che animano con le loro curiose ma semplici esistenze la storia.
Quello che secondo me è il più riuscito tra i personaggi de L ’ombra sulla cima è il cacciatore Berto Mugher, la cui presenza è essenziale al racconto e alla cui tragedia il lettore non resta indifferente, raccontata con una intensità commovente ed un’ironia fatalista propria di chi è conscio che l’esistenza è un bene effimero e non val tanto quanto si vive ma come si vive. Emblematica a questo proposito è la frase di uno dei personaggi che dice:

Par deventà vecios no je dificil, baste vè la pazienze di vivi. (Invecchiare non è difficile, basta avere la pazienza di vivere)

Berto Mugher riassume in se il mito del cacciatore con l’assoluta conoscenza dei luoghi, degli animali sue prede, e che, noi turisti della domenica ammiriamo per le capacità, inimitabili di vivere la montagna. Sono loro, i cacciatori, la preistoria dell’alpinismo; ad essi sono ascrivibili le più belle e selvagge salite sulle nostre montagne. Cito a memoria: la via dei cacciatori di Andreis al monte Raut; sullo stesso monte il percorso recentemente riattato dai fratelli Zerbinatti, la Cengla da la Dova; e la Cengla da la Ciorla (o Giracul) sul Dosaip, il canalone sud-est al Resettum e molti altri percorsi ancora.
Ecco che  comincio a citare i monti di casa nostra che anche se non esplicitamente Tullio Trevisan ha inserito nel suo libro, si sentono gli odori dei boschi i clangori delle turbinose acque, si godono gli splendori di dorati tramonti, si assapora la vita calma e serena di case di pietra tra verdi colline.
Insomma Trevisan ci racconta la sua storia usando immagini a noi care che  creano emozioni e ci rendono partecipi, quasi che questa vicenda fosse già dentro di noi e che lo strumento editoriale, fatto di carta e inchiostro serva solo a portarla, magistralmente a galla.