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La Crous di Maria

Nell'economia famigliare dei paesi delle vallate alpine, da sempre la donna, oltre che angelo del focolare, era anche colei che accudiva la stalla, qualche vacca e qualche pecora che erano i pilastri della sussistenza domestica. I maschi regolarmente emigravano lasciando sulle spalle della donna le incombenze dell'allevamento e dell'agricoltura. Di solito gli uomini tornavano in agosto, in particolare in val Tramontina era consuetudine rientrare per la Madonna d'agosto (15 del mese), ricorrenza sacra e tradizionale. In quel periodo venivano falciati, dagli uomini, i prati più alti delle montagne della valle. I prati più vicini alle borgate erano di pertinenza delle donne che facevano anche due sfalci stagionali.

Così descrive questa pratica Lina Mongiat (Lina Mongiat, I Segreti dei Muri di Pietra Coop S.T.A.F., Barcis, 1999):

Era tempo di fienagione nella valle. I pezzi di prato venivano segati secondo un ordine prestabilito, prima quelli al sole e poi la parte in ombra, a seconda della maturazione. L'erba del mattino era madida di rugiada e gli steli secchi delle graminacee piegavano al vento i pennacchi simili ad una marea gialla con fruscii di lame. Mi svegliavo di buon mattino al ritmico brusio della falce che mieteva il rigoglio della terra, a tratti interrotto dagli sfregamenti della cote per rendere tagliente il filo. Rimaneva il prato liscio, tosato, messo a nudo negli avvallamenti, nelle buche che portavano alla luce del sole tutto un mondo sotterraneo: formicai, nidi di calabrone e perfino la covata dei piccoli roditori delle nocciole. Nessuno si curava di loro, non certo le donne vestite di nero a cui premevano solo i metri di erba segata. Sembravano anch'esse far parte della terra, non avevano niente di umano né tanto meno di femminile: le mani larghe e nodose, i polpacci tesi nello sforzo, la testa fasciata in un fazzoletto nero che copriva le orecchie e che veniva annodato dietro la nuca, il viso rugoso e bruno di sole. Solo la fronte conservava quella nobiltà che le è dovuta rimanendo bianca e delicata sotto l'ala del fazzoletto.

Lo sfalcio dei prati alti dei monti richiedeva forza e capacità e questo era lavoro da uomini. Utilizzavano dei particolari ramponi sotto le scarpe, forgiati in ferro e pesanti che servivano per non scivolare. Per accedere a questi prati venivano aperti dei sentieri e mantenuti in buono stato anno dopo anno. Le donne salivano di solito questi sentieri verso mezzogiorno per portare acqua e cibo ai falciatori, giravano l'erba tagliata per farla asciugare. Quando il fieno era pronto lo legavano in balle di 30/40 chili e lo portavano a valle. Questa predisposizione delle donne di montagna alla soma fu sfruttata durante la prima guerra mondiale dagli eserciti che si fronteggiavano sulle Alpi per rifornire i soldati di cibo e munizioni; ricordo qui l'emblematico monumento alle portatrici eretto a Timau in Carnia in memoria di Maria Plozner Mentil colpita a morte da pallottola nemica durante il servizio.

Il Col della Luna a destra in foto

In cima al Col della Luna andavano a falciare quelli di Culeiba, due piccoli nuclei di case su un costone a sud del monte.

Case Culeiba

Sebbene la montagna presentasse verso la borgata la sua erta parete calcarea, gli abitanti di qui sapevano come salire. Costeggiavano la parete verso ponente fin dove questa terminava con un arrotondato spigolo, piuttosto ripido.

Dal sentiero che passa sotto la parete del Col della Luna

Sullo spigolo avevano intagliato un sentiero a strette serpentine e per di qui salivano e scendevano le donne con le balle del fieno. Certo che, se mai ti capitasse di osservare lo spigolo da vicino, resteresti meravigliato: da come si possa scendere con del peso per di lì: che già a pensare di salirci viene la tremarella! Eppure di qui passavano!

Lo spigolo ovest del Col della Luna

Sul sentiero che sfiora la base della parete mi fermo ad osservare una croce in ferro che mi racconta una storia di tanto tempo fa:

recita la targhetta metallica punzonata: A CROZZOLI MARIA VED TITOLO NATA IL 18-8-1860 M IL 26-9-1918 COLPITA MORTALMENTE DA UN SASSO LA FAMIGLIA DESOLATA POSE

Ecco: mi siedo accanto a questa croce e non posso fare a meno di pensare a Crozzoli Maria che stava salendo o tornava dal Col della Luna, con la gerla o il fieno. La data della sua morte la accomuna alla Maria di Timau, entrambe decedute nel periodo di quella guerra insensata. Tra i due monumenti preferisco questo. Senza voler recare offesa alla carnica, il suo ridonda retorica guerresca, ci parla di eroismo per nasconderci la verità di quella tragedia voluta da generali incapaci e in cerca di gloria, se non addirittura criminali. La croce di Maria Crozzoli non muove rabbia ma pietà, comprensione, dolore sincero per le disgrazie della vita che son sempre in agguato: lo sappiamo bene noi che giriamo per diletto le montagne. Mi sento più vicino a questa donna semplice e senza storia; perché il suo vivere di fatiche è come il mio e uguale a quello di tanti, che non desideriamo prevalere o primeggiare, ma migliorare noi stessi che è il primo passo per l'emancipazione della società.