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Scienziati incrodati

Nella rivista, allora bimestrale, della Società Alpina Friulana In Alto, apparve un articolo scritto da Egidio Feruglio illustre socio della SAF, geologo e alpinista. L'articolo dal titolo Sui monti di Claut fu diviso in due parti e pubblicato sul n° 32 del 1921 e sul successivo numero del 1922. Racconta Feruglio di un soggiorno tra le Prealpi Carniche dal 13 al 20 agosto 1920 in compagnia di Lodovico di Caporiacco, entomologo, con il dichiarato intento di una raccolta di materiale faunistico e lo studio delle tracce glaciali del territorio e non ultimo la conoscenza dal punto di vista turistico della zona che allora, come scrisse Feruglio: si può affermarlo senza scrupolo è di gran lunga la meno conosciuta sotto ogni aspetto di tutta l'intera catena delle Alpi Friulane.

Egidio Feruglio (Tavagnacco 1897 - Udine 1954; immagine qui sopra a sinistra) è stato un esploratore e geologo italiano sulle orme della fama del conterraneo Marinelli; si laureò a Firenze in medicina e scienze naturali. Conseguì poi una specializzazione sullo studio dei fossili presso l'Università di Bologna. Percorse il Friuli e l'Italia per i suoi studi geologici che pubblicò in numerosi articoli e libri. Fu costretto ad emigrare in Sud America per il rifiuto di iscriversi al partito fascista; in America trovò il giusto riconoscimento per le sue competenze ricoprendo l'incarico di geologo per l'azienda statale argentina di ricerche petrolifere e quindi cattedrattico presso l'università di Cuyo. E' stato membro del Natyonal Accademy of Scienzes.

Ludovico Di Caporiacco (1901 - 1951; immagine qui sopra a destra) è stato un entomologo e aracnologo di fama mondiale. Professore ordinario di Zoologia dell' Università di Parma ha svolto missioni di ricerca in tutto il mondo e ha potuto scoprire e descrivere numerose nuove specie; in suo onore sono state nominate alcune specie di ragni. Tra i ragni raccolti dal Di Caporiacco nel corso dell'escursione con Feruglio e definiti come molto comuni figurano Araneus diadematus Clerck e Araneus marmoreus Clerck, due costruttori di ragnatele orbicolari frequenti in una grande quantità di habitat in grado di offrire supporti tridimensionali adatti (cespugli, rocce, alte erbe, ecc...) per la costruzione della tela. Araneus diadematus è il noto “ragno crociato” che conosciamo anche delle aree planiziali. Tra i cosiddetti “ragni granchio” (famigli dei Tomisidi), che si rinvengono facilmente sui fiori, sono citati Misumena vatia (Clerck) e Xysticus cristatus (Clerck). Questi ragni non costruiscono ragnatele ma si appostano in agguato sulle corolle dei fiori in attesa che si posi qualche potenziale preda, costituita in genere da insetti, in particolare da farfalle. Entrambe le specie sono citate come comunissime ovunque nell’area. Diversi sono i Teridiidi citati, ragni che costruiscono tele tridimensionali di forma varia, tra cui Theridion sisyphium (Clerck), molto comune sui fiori e tra le erbe, anche negli habitat boscati, Theridion musivum Simon e Robertus lividus (Blackwall), quest’ultimo frequente in particolare sui cespugli. Citata tra le specie raccolte nell’itinerario è anche Micrommata virescens (Clerck), un ragno di medie dimensioni dalla caratteristica colorazione verde, che, sebbene non sia molto comune, è possibile incontrare mentre vaga tra la bassa vegetazione in cerca di prede. Se ci spostiamo a livello del suolo, relativamente facili da osservare sono diverse specie appartenenti alla famiglia dei Licosidi, i cosiddetti “ragni lupo”. Dotati di una vista particolarmente sviluppata, si muovono velocemente sulla superficie del suolo cacciando attivamente altri piccoli invertebrati. Tra le specie più comuni citate per l’area troviamo Alopecosa trabalis (Clerck), Pardosa palustris (Linnaeus) e Pardosa ferruginea (Panzer). Sempre al suolo troviamo anche molti Linifidi, tra cui sono citati Erigone cristatopalpus Simon e Centromerus pabulator Simon, due specie che si rinvengono frequentemente nei pascoli alpini, in genere sotto i sassi. (fonte: Dr. Paolo Glerean Conservatore Sezione Entomologica Museo Friulano di Storia Naturale)

Partirono da Forni di Sopra il 13 agosto raggiungendo la vetta del M. Pramaggiore attraverso il passo di Suola e pernottarono in casera Pramaggiore. Il giorno seguente per il Passo Pramaggiore e la Cima Cadin scesero alla casera Bregolina grande. La terza tappa fu casera Senons raggiunta calando da forcella Dof per la val Ciorosolin e passando poi per il pianoro de la Pussa. Seguirà un interessante itinerario esplorativo (vedi) che da casera Senons li condusse al Cadin di Bortolus e quindi in forcella Pregoiane, forcella della Meda e forcella Savalon; frustrato da un temporale il tentativo di salire il M. Cornaget, scesero per il Ciol de Savalon in val Settimana e si portarono a Claut per la notte. Dopo un giorno di riposo a Claut decisero di attraversare l'alta Val Meduna e uscire a Socchieve pernottando alla casera Naiarda.

La val di Suola

Casera Pramaggiore

Pascolo e stalla di malga Senons verso forcella del Pedòle

Il loro tragitto era aiutato da una carta al 50.000 di cui Feruglio dà un giudizio piuttosto negativo e da indicazioni ottenute da pastori e boscaioli incontrati per strada o nelle malghe.

Seguiamo allora con la descrizione di Feruglio quella che doveva essere la giornata conclusiva del loro peregrinare tra le Prealpi Carniche. Va detto che il tragitto che si proponevano di fare è davvero lungo e con oltre 2000 m di dislivello in salita; sicuramente contarono un po' troppo sulle loro capacità e allenamento.

La val di Gere

Levatici di buon mattino, rimontammo prima la Val Cellina e poi la Valle di Gere. Il fondo piatto della valle è normalmente asciutto, poiché le acque che vi si concentrano dall'alto ne vengono tosto assorbite. In quel giorno il torrente portava acqua sino all'origine della valle, dove si stacca il sentiero per casera Parut (ora sentiero CAI 398 ). Il viottolo di qui prosegue fra la boscaglia e quindi per valloncelli e coste franose sino alla casera Caserata; il tempo impiegato per raggiungerla fu di circa 3 ore compresevi alcune soste.

Ricovero in forcella Caserata verso il M. Cornaget

Da forcella Caserata il Palasimon sulla destra

L'ultimo tratto del sentiero che sale in Palasimon

Dal passo (di Caserata) prendemmo la salita del viottolo che s'inerpica traverso la faggeta, lungo il costone che a nord si attacca alle rocce del gruppo della Caserata (Caserine): piegato poi a destra, come indica anche la carta, si gira orizzontalmente alla base delle rocce e con un'ultima breve salita su per una china erbosa, tocchiamo dopo 35 minuti la forca del Pala Cimon (Palasimon). Il varco è situato appena a ponente della quota 1770:

Parete del M. Caserine e dorsale del M. Burlatòn da Palasimon

In discesa da Palasimon; ben evidente forcella Pierasfezza

Nel torrentaccio oltre Palasimon

da esso calammo per un ripido declivio sparso di mughi in alto e di faggi in basso, con radure erbose e rocce. Il sentiero, non ben tracciato quantunque frequentato dai pastori e battuto anche dalle mucche, mette sul fondo di un torrentaccio, confluente nel Rug del Clapòn: di lì, girata una costa erbosa con faggi e passando sotto alcune rocce, si sale ad una stretta incisura tagliata fra il contrafforte ed una cuspide rocciosa, finché, ridiscesi sul fondo del torrente arrivammo alla casera Clapòn.

Nel torrentaccio oltre Palasimon

Il Clapòn dal Vuar

Questa, come dice il nome non è una vera costruzione ma è formata d'un colossale macigno piombato sul pendio sassoso del fondo della valle e incavato alla base in guisa di grotta. Sotto tale sporgenza sono collocati da un lato la stalla, chiusa all'esterno con una rozza staccionata, dall'altro il focolare. Così in quell'orrido speco, nel periodo sia pur breve della pastura (forse della durata d'una quindicina di giorni) trovano promiscuamente riparo l'uomo e il bestiame: come la dimora poi vi debba essere comoda, lo dice l'aspetto stesso dell'abituro, aperto da un lato a tutte le intemperie. La discesa al Clapòn dalla forca della Pala, richiese circa una quarantina di minuti; giuntivi alle 11,30 ce ne partimmo verso le 12 avviandoci su pel sentiero che guida alla forcella Landrina (forc. Andreina della tavoletta Claut NE).

Nelle vecchie carte l'attuale forcella Pierasfezza era denominata Andreina, storpiatura del nome Leandrina di pertinenza della quota 1871 situata a NO della forcella (fonte: mappali catasto Comune di Tramonti di Sopra).

Veduta d'insieme dei monti che chiudono la valle del Rug dal Clapòn, leggermente più a destra del centro della foto

Innevata la forcella Pierasfezza; a destra Cima Leadicia; nell'angolo a sinistra un triangolo formato da alcuni pini determina il luogo ove sorgeva il Cason Burlàt: da qui evidente il percorso per forcella Pierasfezza

La pedonale si dirige a ritroso del torrente, e traversa quindi una boscaglia di faggi: giunti alla base delle rocce che salgono alla cima 2027 (ora Cima Ettore 2077 m; le quote citate da Feruglio divergono dalle attuali riportate sulle carte per escursionisti), il sentiero si parte in due: uno va a sboccare alla forcella del Pedòle; l'altro, deviando a destra, va costeggiando in salita la base delle rocce, tra faggi e poi per detriti, sino a portarsi all'altezza della casera (ora diruta) 1532. Questa casera era denominata Casòn Burlat (1470 m circa) e oggi si può solo intuire dove fosse situata ché ogni resto è scomparso.

Da forcella Pierasfezza verso nord

Ruderi di casera Ropa

Piegando infine a destra, risale mal tracciato la ripida china erbosa soprastante alla casera fino a sboccare nel passo. La salita esige in tutto circa un'ora e un quarto. Compiutavi una breve sosta, calammo rapidamente alla casera 1047 (si tratta della casera Ropa, 1058 m), collocata su uno spiazzo erboso circondato dalla faggeta, sul fondo del Canal Grande di Meduna.

Dopo questa lunga alternativa di salita e di discesa, facili ma faticose e snervanti, non confortate da una qualche attrattiva del paesaggio, poco ormai ci separava dalla meta che avevamo fissato nella casera del Naiarda sul fianco destro della vallata del Tagliamento. La via più opportuna per arrivarvi era segnata sulla carta, secondo la nomenclatura dei topografi, dal sentiero “difficile” che rimonta il ripido vallone detto la Fòos (il fosso) e mette capo alla forcella Naiarda (m. 1746).

Forcella da la Fous de Nearda

La Fous de Nearda con a capo la forcella omonima; a sinistra il Cimon d'Agar e a destra il M. Nearda

Dopo la firma del trattato di Campoformido (1797) che sancì la cessione dei domini veneziani all’impero asburgico, lo stato maggiore dell’esercito decise di affidare alla direzione del generale Anton von Zach la realizzazione di un’operazione di rilevamento topografico su vasta scala a scopi militari. Il lavoro di rilievo venne svolto tra il 1798 e il 1805 e il risultato finale fu la redazione di una minuziosa e vasta carta topografica, la "Kriegskarte" (“Topographisch-geometrische Kriegskarte von dem Herzogthum Venedig”) ovvero la carta di guerra dell'Impero austriaco. Nelle mappe austriache in effetti si evidenzia un tracciato di sentiero che dal Clapòn dal Limèt penetra nella Fous de Nearda, tracciato che più tardi sarà riportato anche nella cartografia italiana.

Il tragitto era breve, si che anche con le peggiori previsioni non avrebbe richiesto più di tre ore di cammino. Attenendoci dunque alla tavoletta, traversammo non senza fatica la selvaggia faggeta che copre le pendici sulla sinistra del Canal grande dove la carta indica la presenza di un sentieruzzo il quale avrebbe dovuto guidarci sulla via giusta per la forcella. Ma del sentiero non ostante tutti i buoni sforzi, non ci riuscì di scovar traccia, sicché ci demmo alla ricerca del rio da la Foos. Si giunse così allo sbocco di un'angusta gola che, stando alle indicazioni della carta, alla quale purtroppo, come poi ebbimo a constatare, male ci affidammo, ci parve quello opportuno; e trovatavi per cattiva sorte, una traccia di sentiero, pigliammo fiduciosamente a risalirlo. Ma ecco il sentiero, dopo di essersi inerpicato su per un'ertissima costa boscosa, tagliata a picco fra due profondi canaloni, diramarsi e poi smarrirsi d'un tratto nel fitto della boscaglia. Qui la faccenda si fece davvero imbrogliata: non essendovi più speranza di rintracciare il sentiero per la forcella, incominciò l'affannosa ricerca d'un passaggio qualsiasi o per lo meno d'un punto elevato da cui rilevare la nostra posizione, al di sopra di quel groviglio di tronchi e di rami. Spingendo in su lo sguardo si scorgeva la ripida costa che andava fondendosi con alcune balze di roccia e, su su, ancora ai dirupi, alternati con erti pendii erbosi, sino alla cresta del monte. Per di là il passaggio si offriva lungo, faticoso, e l'esito per di più incerto: né d'altra parte ci sorrideva l'idea di lasciarci lassù cogliere dal buio della notte che pareva imminente. Perciò, dopo un vano rigirare, spossati dalla fatica e incalzati già dalle prime oscurità della sera, preso mutuo consiglio, decidemmo di rifare in discesa la via donde eravamo venuti. Giunti così appiè d'una roccia che sporge a formar riparo siccome la valle in quel tratto appariva affatto inospite e disabitata, vi sostammo, improvvisando con l'erba un modesto giaciglio. Radunate quindi un po' di legna secche e acceso un falò per vincere il fresco della nottata, vi ci ponemmo accanto in attesa d'un po' di sonno.

Il ricovero Clapòn dal Limèt che probabilmente ospitò i due scienziati

Trascorsa così la notte in lungo e penoso dormiveglia, l'indomani, levatici alle prime luci del giorno, si decise di scendere a Tramonti. Difatti in un paio d'ore si giunse agli stavoli Selis, dove ci rifocillammo e quindi, lungo il Meduna, a Tramonti di Sopra, dove si trascorse il resto della giornata. Il giorno 19, saliti alla forca di M. Rest, calammo in val del Tagliamento, ponendo così termine alla lunga peregrinazione.

Il percorso dove si persero i due scienziati lo puoi vedere qui

Postato il Primo di Luglio 2014 da Amministratore con il contributo di Antonio Armellini